I ragazzi e la scrittura

Parlare della scrittura con i ragazzi è sempre un’esperienza interessante che gratifica e ti lascia sperare che uno dei semi potrebbe cadere nel terreno giusto e germogliare.

I ragazzi presenti nell’anfiteatro erano alunni che frequentano la seconda media. Un’ora dopo sarebbero arrivati i ragazzi di terza.

Educati, ma vivaci, non sapevano cosa aspettarsi dall’incontro con un’autrice.

Si vedeva che erano curiosi: mi guardavano mentre sistemavo i testi che avevo preparato e i miei libri.

Dovevo subito rompere il ghiaccio per non trovarmi di fronte ad una platea muta.

Una delle insegnanti, che mi conosce bene, prendeva inaspettatamente la parola e mi spianava la strada: «Questa è l’autrice di cui vi ho parlato; si chiama Aurelia Matteja, ma a lei non piace il nome Aurelia per cui tutti la chiamano Lella».

Sicuramente non si aspettavano questo esordio e mentre qualcuno cominciava a sorridere li salutavo: «Ciao ragazzi, sono contenta di essere qui con voi. Voi come mi salutate?»

«Ciao Lella» rispondevano in coro.

Si vedeva che cominciavano ad essere a loro agio, parlottavano sottovoce tra loro e mi guardavano, sempre più incuriositi.

Cominciavo leggendo un racconto sulla pesca, perché le insegnanti mi avevano detto che tra loro qualcuno andava a pescare.

Applaudivano, ma evidentemente non tutti amavano la pesca, bisognava quindi cambiare subito registro.

Anche se in classe non avevano ancora affrontato la storia del ‘900, ho letto loro un brano tratto da La modista di Albachiara: la storia di un giovane partigiano durante il secondo conflitto mondiale era il tema centrale dell’estratto.

Dopo ogni racconto, applaudivano generosi.

Qui mi sono fermata e ho chiesto se avevano domande da farmi.

Solo una ragazzina ha alzato la mano.

Ho risposto e subito un altro ragazzino è intervenuto chiedendo spiegazioni.

Ma è stato in seguito al racconto di come si telefonava negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso che i ragazzi sono esplosi.

Le mani alzate erano tante, tutti avevano qualcosa da chiedere, da chiarire.

Quando ho chiesto se qualcuno di loro era innamorato, facevo ormai parte della “famiglia”.

Molte domande vertevano, con grande piacere mio e delle insegnanti, sulla scrittura.

«Quando ha cominciato a scrivere?»

«Come le vengono le idee?»

«Ha degli autori preferiti a cui si ispira?»

«Di che genere sono i suoi libri?»

Ho letto loro un altro brano tratto da La modista di Albachiara che spiegava di quando Aurora, la protagonista, aveva cominciato a scrivere: un quaderno che diventerà un diario che continuerà negli anni e per tutta la vita.

Ho suggerito loro, qualora fossero innamorati, di scrivere su un diario, munito di lucchetto e chiave, tutto quello che nessuno avrebbe mai dovuto sapere o quello che non riuscivano a dire alla loro innamorata/o.

In molti hanno risposto che adesso usano Istagram, Facebook, WhatsApp invece di scrivere lettere d’amore! Come cambiano i tempi...

Mentre si aspettava che ci raggiungessero le terze classi ho voluto concludere l’incontro con il vecchio gioco delle parole: detto un vocabolo, il vicino di “sedia” doveva rapidamente dirne un altro partendo dall’ultima sillaba: sale - letto- topo- posta - tabacco…..

I saluti di quei ragazzi sembravano fuochi d’artificio: mancavano solo i baci!

 

Le terze classi si presentavano diversamente.

Un anno in più faceva la differenza.

Più diffidenti, più sornioni, sembrava volessero mettermi alla prova.

Molto preparati sulla storia, sono stati catturati dai racconti sulla seconda guerra mondiale.

Quando ho chiesto ad alcuni che studi avrebbero intrapreso dopo la scuola media, ci sono state tante risposte diverse.

Allora ho letto loro il racconto Maturità (il racconto di un esame di stato di liceo classico vissuto in prima persona da una studentessa), tratto dal libro Semplicemente donne e un brano tratto dal mio ultimo libro Il mondo di Caterina (brano che descrive chi è e cosa fa una wedding planner).

Anche con le terze l’atmosfera alla fine dell’incontro era molto diversa da quando ci siamo incontrati!

 

Alla fine siamo rientrati tutti insieme nei locali della scuola, come vecchi amici.